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Autore Messaggio
 Oggetto del messaggio: Aiuto tesi
MessaggioInviato: lun 25 ott, 2010 6:11 pm 
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Iscritto il: dom 10 ott, 2010 1:20 pm
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Ciao a tutti!! sono nuovo del forum, anche se vi seguo da un pò di tempo.
Vorrei chiedere consigli, indicazioni varie dal momento che sto per fare una tesi in economia riguardo l'industria motociclistica italiana in generale per poi fare leva sulla casa motociclistica Piaggio. Essendo un argomento poco toccato il materiale su cui basarmi è veramente risicato: se qualcuno sapesse qualcosa di più o qualche riferimento, se potete fatemi sapere!!!

Grazie in anticipo


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MessaggioInviato: lun 25 ott, 2010 6:50 pm 
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Fine Esegeta
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Iscritto il: gio 29 mar, 2007 9:13 am
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Località: capitanato di rapallo
Se vuoi che qualcuno possa darti una mano vedi di precisare meglio in quale ambito si colloca la tua tesi di laurea (analisi di bilancio, marketing, storia economica etc.), magari enuncia il titolo.


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MessaggioInviato: lun 25 ott, 2010 7:23 pm 
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chesadafapecampà!
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Iscritto il: dom 29 ago, 2004 1:00 am
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Località: Copacabana, dove la donna è regina la donna è sovrana
Ciao Johnny, non é facile rispondere alla richiesta, perlomeno per me che di economia me ne intendo quanto di futtebolle.

E poi ti interessano informazioni sulla situazione attuale o sugli antecedenti storici?

Comunque sia credo che le vicende economiche non possano essere disgiunte da quelle tecniche, credo che le decisioni economiche influenzino quelle tecniche, come quando nel 1957 guzzi gilera e mondial decisero di ritirarsi dalle competizioni (seguite a distanza di qualche anno dalla bianchi). Appagate da quanto fino allora ottenuto, sicure della priopria capacitá (e supremazia!) tecnica, le sudette case si sedettero miopemente sugli allori fino ad essere raggiunte (non solo tecnicamente ma anche e soprattutto commercialmente) e poi surclassate dalle case giapponesi, che delle case italiane fecero un sol boccone.
Agli inizi degli anni 70 ci furono timidi tentativi di arginare l' invasione motociclistica del sol levante, ma i prodotti delle varie guzzi, laverda, benelli pur essendo pieni di fascino (al pari delle cugine inglesi triumph, norton e bsa) si rivelarono ben presto non in grado di arginare l' intraprendenza dei giap, che sapevano innovare ad una velocitá ben maggiore degli europei, andando sia tecnicamente che commercialmente) incontro ai gusti di un pubblico sempre piú esigente.

Io credo che sia stato l' immobilismo (o forse dovrei dire pigrizia, o miopia) in campo economico (e di conseguenza in campo tecnico, che senza adeguati investimenti non si puó certo traferire dalla carta alla realtá le idee dei progettisti, pur brillanti che siano!) a decretare l' agonia di innumerevoli case motociclistiche italiane.

Solo la passione di singoli imprenditori riuscí a salvare dalla rovina alcune case, mentre gli interventi statali finirono per affossare case giá in bilico

In tutto questo panorama si salvarono solo l' industria dei ciclomotori e alcune case che si dedicarono a prodotti di nicchia.

Da notare che le poche case che (in epoca di totale dominio economico e tecnologico giapponese, e nello specifico mi riferisco all' ultimo quarto di secolo) riuscirono a conquistare (aprilia) o riconquistare (ducati) posizioni di eccellenza sul mercato interno ed esterno furono quelle che ebbero la lungimiranza di investire nelle competizioni.

Concludendo, la crisi che nell' ultimo mezzo secolo ha depauperato l' industria motociclistica Italiana ha secondo me radici di ordine economico, e prende le mosse dal ritiro dalle competizioni di guzzi, gilera e mondial nel 57.
La poca lungimiranza e l' eccessiva miopia e ottusitá di chi dirigeva queste case si trasformarono in un disastro economico prima ancora che tecnico e/o tecnologico, che fece abdicare l' industria italiana (e britannica) in favore delle 4 sorelle giapponesi.

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Lo Zio Tazio
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"Io vi daró tutto ... basta che non domandiate nulla!"


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MessaggioInviato: lun 25 ott, 2010 8:52 pm 
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Iscritto il: dom 10 ott, 2010 1:20 pm
Messaggi: 8
Innanzitutto per quanto riguarda l'ambito principale sarebbe da ricondurre allo studio delle strategie caratterizzanti l'industria motociclistica italiana e al suo svilupparsi ed evolversi dal dopoguerra fino ai giorni nostri.
Per quanto riguarda LoZioTazio, ti ringrazio ed è interessante notare come gli spunti che mi hai presentato siano molto interessanti. Inoltre sono stato a parlare con Claudio De viti responsabile dell'Ancma moto, ed è stato molto gentile a rispondere a numerose domande inerenti allo sviluppo e alla situazione industriale in Italia a livello motociclistico.
Però mi manca ancora quel quid di materiale su cui possa basare delle idee chiare e ben radicate.
Grazie ancora!


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MessaggioInviato: lun 25 ott, 2010 11:25 pm 
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chesadafapecampà!
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Iscritto il: dom 29 ago, 2004 1:00 am
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Località: Copacabana, dove la donna è regina la donna è sovrana
johnny27 ha scritto:
Innanzitutto per quanto riguarda l'ambito principale sarebbe da ricondurre allo studio delle strategie caratterizzanti l'industria motociclistica italiana e al suo svilupparsi ed evolversi dal dopoguerra fino ai giorni nostri.
...


Mi sbaglieró, ma a pelle direi che nell' industria motociclistica italiana le strategie industriali non siano mai state studiate né adottate fino a pochi anni fa.
La strategia che ha caratterizzato l' industri motociclistica italiana é stata per anni quella dell' immobilismo, del "tiramo a campá", dello "speriamo che da Roma arrivi qualche sovvenzione o leggina ad hoc".
E per anni (dagli inizi degli anni 1960 fino alla fine degli anni 80) l' industria motocliclistica italiana invece che "svilupparsi ed evolversi" ha quasi sempre fatto come il gambero (fatti salvi gli anni a cavallo tra '60 e '70)

Nell' immediato dopoguerra al posto delle strategie c' era la voglia di ricostruire, di ricominciare, l' entusiasmo per nuove sfide e nuovi orizzonti, e la "strategia" era quella ruspante e casereccia del "facciamo e poi vediamo".

Negli anni del post dopoguerra l' industria motociclistica visse anni di prosperitá non per passione per le due ruote, ma per il semplice fatto che pochi avevano i soldi per una 4 ruote, e ci si accontentava di una moto o di una vespa

Ma i tempi cambiano, e i capoccioni delle industrie motociclistiche non seppero fiutare il vento

Sul finire degli anni sessanta, forse perché illusi dai recenti successi commerciali e sportivi, la "strategia" diventó quella del "tiriamo a campa'", che dette origine ad anni di immobilismo e di stagnazione tecnica e commerciale.

Nel frattempo erano sempre piú accessibili all' italiano medio le nuove utilitarie fiat, le 500 e 600, e chi negli anni 50 aveva dovuto prendere acqua e vento per andare al lavoro in vespa non vedeva l' ora di mettersi il tetto di una Fiat sulla testa.
E la moto era ormai vista dalla nuova classe media come una cosa da poveri, o, nel caso delle cosiddette "moto pesanti" (che allora erano quelle con cilindrata tra 250 e 500!) una cosa da ragazzacci scavezzacollo!, roba da film "il ribelle"!

Ma l' industria motoclistica non seppe vedere questo cambiamento dei tempi, e pensó di poter continuare a campare di rendita, la miopia fu tanta che non solo si smise con le corse (che da sempre sono una vera e propria fucina di progresso tecnico e tecnologico) ma si smise anche di migliorare il prodotto commerciale, che in molti casi divenne rapidamente obsoleto

Agli inizi degli anni settanta ci fu, in risposta all' invasione di prodotti giapponesi, un rigurgito di orgoglio, ma anche in tal caso mancó un seppur minimi straccio di strategia, e si agí appena sull' onda dell' entusiasmo individuale di singoli progettisti/amministratori, entusiasmo che peró spesso sbatté il naso con quelli che erano problemi congeniti all' industria italiana, problemi di scarsa produttivitá, di alta conflittualitá aziendale, di bassa qualitá dei materiali e del prodotto finito, di miopia dei dipartimenti commerciali che tarpavano le ali alle idee dei reparti tenici ...

ma il boom duró poco, ed ebbe un repentino riflusso dovuto alla crisi del petrolio e all' impennata dei prezzi dei combustibili.
Gli anni del boom furono anni di entusiasmo e di rinnovata passione per le due ruote, ma servirono piú ad aprire le porte all' invasione giapponese che non a risollevare le sorti dell' industria nostrana.

Il cosiddetto Boom motociclistico di inizio anni settanta finí fin troppo rapidamente, perlomeno dal lato dell' industria italiana, giacché, seppur in anni di vendite stagnanti, i giappi continuarono a progredire, presentando verso la fine degli anni '70/inizio '80 dei prodotti innovativi ed interessanti che preludevano al nuovo boom che si sarebbe verificato negli anni 90...

e in Italia che succedeva in quegli anni post boom, ovvero fine anni settanta/anni80? Poco o nulla dal punto di vista tecnico e commerciale, anche perché, tornando alle strategie, in quegli anni non si studiava un bel nulla.
E le case italiane cominciarono a chiudere, proprio a causa della mancanza di strategie che portava spesso a proporre prodotti a dir poco invendibili, moto che definire brutte sarebbe una gentilezza.

Piccole eccezioni nel triste panorama nazionale furono le iniziative di persone appassionate come i Castiglioni, mentre altri personaggi come De Tomaso affossavano definitivamente gloriosi marchi come Guzzi e Benelli, con il grande aiuto, é ovvio, degli apparati statali, che dove mettevano il dito facevano danno.

Strategie si cominciamo a vedere appena con il nuovo e moderno tipo di gestione manageriale dell' Aprilia, o col nuovo corso Ducati e Piaggio.

Ma questa é storia recente che conoscete meglio di me ....

Cita:
Però mi manca ancora quel quid di materiale su cui possa basare delle idee chiare e ben radicate.


in questo purtroppo non so come aiutarti



P.S.: scusate se alle volte ripeto le stesse cose, ma i miei sono appena pensieri e ricordi e ruota libera

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Lo Zio Tazio
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MessaggioInviato: mar 26 ott, 2010 9:11 am 
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Mr. Beer
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Iscritto il: lun 06 set, 2004 11:27 am
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Località: Eifel
ben arrivato :x :oo: :cincin: :-D :oo:

sempre un piacere leggerti zio :-D :cincin:

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Semplicemente la pista piu' bella del mondo


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